Introduzione

Questo lavoro è nato come soliloquio introspettivo, estremo tentativo di coagulare parole per districare emozioni; bonificare la palude dei pensieri e dipanare i nodi spettinati che spesso l'anima aggroviglia. Quasi una sorta di catarsi verbale che, nel silenzio di una pagina bianca, possa ruminare l'esistenza per renderla più docile, ripercorrendo la parabola di un'esperienza interiore simile a mille altre. Un'esperienza che, per quanto soggettiva, trova corrispondenza in questa generazione fragile e turbata, una generazione a forti tinte che, nel bene e nel male, gridando i propri bisogni e le proprie paure, vuole smascherare la vita, con la pretesa, fors'anche presuntuosa, di dare un nome all'ineffabile, ammansire l'inquietudine e disseppellire i fantasmi dalle loro tombe silenziose. Spesso la conquista dell'identità avanza singhiozzando tra dipendenza e autonomia, tra guerre ed armistizi, tra incontri e collisioni. Non sempre è facile appropriarsi del diritto di esistere fuori dall'utero, accettare il dolore dello schianto e lo sgomento della vita "nuda" di difese. Eppure, se l'amore proietta le sue lame di luce nelle intercapedini dell'anima, la chiosa dei pensieri lentamente si addomestica...

Prof.sa Olga Codispoti
Docente della Facoltà di Psicologia di Bologna


Incipit

Ho vissuto tutti questi anni cercando di dimostrare a me stessa che ero diversa da mia madre. Di più: che ero il suo esatto contrario. Anche il negativo è speculare alla fotografia sviluppata. Ma, dal moniento che non sono mai riuscita a capire chi fosse realirnente lei, nè cosa si celasse dietro lo specchio deformante della mia percezione, di conseguenza non ho saputo costruire un'identità chiara nemmeno per me stessa. La sola cosa che importava davvero era essere diversa da lei, rifiutarne il modello di vita, quasi a cancellare dal mio DNA le tracce genetiche della sua maternità. Ora so che, nella mia confusa ribellione, ho semplicemente rifiutato la vita. Avvertivo il peso intollerabile dell'esistenza ad un livello così viscerale che io stessa non sapevo spiegarmene le ragioni. Ero fragile come il silenzio. E bastava una parola per schiantarmi. Mi sentivo straniera, in questa terra di grida e schiamazzi. E nulla mi consolava del fardello di vivere. Forse perché ero convinta di essere un peso per mia madre ed ero cresciuta alimentando un costante, pertinace senso di colpa. Me lo aveva insegnato lei, con le sue grida. i suoi schiaffi e quello che credevo essere il suo odio. A volte tuttora sono trafitta da aghi appuntiti. Sono capocchie di spilli su cui è inciso il suo volto, quasi una miniatura perfetta ma distorta. Il marclìio di un casato. Il blasone della nostra progenie equivoca. Lei è sempre stata il mio solo parametro di misura e il mondo, attraverso la lente contraffatta, assumeva dimensioni e forme grottesche, troppo complicate per essere comprese dalla mente di una bambina...